Primo approccio ai disturbi psichiatrici

Quando un membro della famiglia palesa comportamenti “strani” è del tutto normale che i familiari cerchino di trovare delle spiegazioni logiche alla nuova situazione, allontanando -cioè esorcizzando- il pensiero che si possa trattare di un disturbo psichiatrico.

Questo comportamento è comprensibile dato che, nel passato, la malattia psichiatrica è stata in qualche modo considerata degradante se non, addirittura, diabolica; tale approccio, nei tempi più lontani, era comune anche a quasi tutte le altre malattie (normalmente la malattia, anche fisica, era considerata una punizione divina per qualche “peccato”!).

Col passare del tempo, per le malattie non psichiatriche, si sono trovate cause oggettive e quindi sono divenute curabili con i mezzi forniti dalla medicina; così, a poco a poco, le malattie si sono liberate da questo “alone maledetto” e sono entrate tra gli argomenti di cui si può normalmente parlare senza vergognarsi.

Invece i progressi della medicina nell’ambito delle malattie psichiatriche sono stati molto più lenti, perché, non solo il cervello è un organo estremamente complesso, ma anche perché, nel termine “malattie psichiatriche”, vengono comprese molte diverse patologie le cui cause sono a tutt’oggi in gran parte non conosciute; in sostanza solamente negli anni cinquanta del secolo scorso si è cominciato a disporre di farmaci in grado di controllare e, talvolta, guarire alcune delle malattie psichiatriche

È ovvio quindi che, psicologicamente, si cerchi di allontanare -di negare- la realtà; procrastinando la diagnosi e quindi la cura;

questo non fa che peggiorare e cronicizzare la situazione.

Non ammettere che il proprio congiunto sia affetto da una patologia psichiatrica, talvolta, porta a comportarsi nei confronti della persona “bizzarra” in modo controproducente, pretendendo che il soggetto corregga il proprio comportamento in base a ragionamenti logici.
Tale approccio può avere qualche successo sulle persone che si comportano in modo anomalo e/o aggressivo pur conservando in sostanza intatta la propria capacità di raziocinio: è tipico il caso degli adolescenti che sviluppano, fisiologicamente e transitoriamente, una immotivata ostilità verso i familiari, o meglio verso le normali regole con cui questi cercano di instradarne il comportamento.
Viceversa, nei casi in cui la normale capacità di raziocinio è compromessa, la persona vive i tentativi dei familiari di “farla ragionare” come una aggressione -una violenza- che radicalizza ulteriormente il soggetto nelle proprie convinzioni.

Vi sono alcuni sintomi che dovrebbero fare “rizzare le antenne” ai familiari (soprattutto se si presentano più di due “comportamenti sospetti” contemporaneamente).


Se la persona
          • cambia le proprie abitudini e si rinchiude in sé stessa (non frequentando più gli altri)
          • rimane chiusa in casa (spesso con le tapparelle abbassate e rannicchiata sul letto/divano)
          • trascura la propria igiene personale
          • presenta modificazioni di peso importanti
          • vede persone o animali che non ci sono
          • sente voci che non ci sono
          • teme di essere avvelenata
          • alterna momenti di euforia a momenti di tristezza
          • trascura il proprio figlio (soprattutto se neonato)
          • presenta sé stessa come la protagonista di avvenimenti eroici e/o del tutto inverosimili
          • ha crisi mistiche e si convince che Dio le comanda di compiere delle azioni
          • ripete in continuazione più e più volte dei controlli (per esempio se una porta è stata chiusa)
          • effettua movimenti ripetitivi
          • distrugge, in preda all’ira, gli oggetti che la circondano ed è violenta con i propri familiari
siamo alla presenza di comportamenti sospetti.

Chiariamo bene che non si tratta di azzardare una diagnosi, ma di non trascurare (declassandoli a stranezze) quelli che invece sono dei, sia pur empirici, campanelli di allarme.

Se il congiunto presenta alcuni di questi comportamenti occorre interpellare la nostra Associazione (o altra equivalente) che saprà consigliare uno psichiatra o uno psicologo di provata fiducia per cominciare a dipanare la matassa…. prima che si “ingarbugli” ulteriormente.
Ovviamente la situazione più normale è che il congiunto rifiuti l’ingerenza di un medico nella propria vita. D’altra parte, come dargli torto, dal momento che noi stessi abbiamo faticato a convincerci che c’è qualche cosa che non va? Non dimentichiamo mai che il cervello di una persona affetta da un disturbo psichico non ragiona con metodi (algoritmi) normali, ma con una logica propria che, spesso, la porta a confermare ulteriormente le proprie idee.
Di fronte all’impasse determinato dal fatto che la persona non vuole essere aiutata, occorre tentare, meglio se contemporaneamente, due strade:
         1. cercare, come parente, un colloquio con l’Associazione e poi con uno psichiatra/psicologo di fiducia
         2. cercare di convincere, piano piano il congiunto della necessità di un aiuto.

In tutti i casi occorre mantenere, come punto di riferimento fisso, i nostri esperti.


Mantenere come punto di riferimento fisso gli esperti dell’Associazione, non vuol dire fare una chiacchierata e poi procedere senza seguire i suggerimenti ricevuti! Non deve sembrare presuntuoso, ma i suggerimenti che vengono a mano a mano forniti non sono pareri improvvisati, ma sono il frutto di anni ed anni di esperienza, di decine di casi affrontati… e di molti errori commessi e corretti.
Talvolta i suggerimenti possono apparire troppo drastici ed in contrasto con le speranze dei familiari, ma è meglio affrontare con decisione un problema piuttosto che sperare che, col tempo, le cose si aggiustino da sole:
questo, purtroppo, non succede mai.


L’esperienza ci porta ad affermare che, mantenendo un dialogo costante con l’Associazione, molti casi sono stati risolti o, almeno, sono stati instradati su un binario di vivibilità.

La nostra insistenza a cercare di gestire al più presto le persone con comportamenti anomali deriva anche dal fatto che, purtroppo, abbiamo constatato che, specialmente nel periodo dell’adolescenza e nei giovani maggiorenni, si riscontra un abuso di sostanze psicotrope con una percentuale di circa 80%. Questo peggiora inevitabilmente la malattia psichiatrica; va detto, inoltre, che le sostanze che circolano con molta facilità nei luoghi frequentati dai giovani sono le più pericolose avendo un basso costo e una facile reperibilità. A tutto questo si aggiunge il fatto che la composizione di queste sostanze non è conosciuta rendendo ancora più difficile attuare un piano terapeutico soddisfacente.
Inoltre, si ricorda che l’uso di droghe, anche quelle cosiddette leggere, può portare a danni cerebrali irreversibili… complicando così enormemente la situazione del paziente e dei propri familiari.

Ovviamente i parenti stretti, se sono a conoscenza che il proprio famigliare ha iniziato a far uso di sostanze, devono intervenire (sempre con la collaborazione dei nostri esperti) in modo molto deciso, dato che si potrebbe arrivare ad una “doppia diagnosi” (abuso di sostanze e malattia psichiatrica) (Nota 1).
Con rammarico dobbiamo constatare che molte volte, durante i colloqui di presentazione dei genitori, ci sentiamo dire: "dopotutto, mio figlio/a usa solamente marijuana e qualche volta abusa anche di alcool… quindi come mai si è manifestata la malattia psichiatrica?".

Purtroppo, per chi giornalmente è a contatto con molti differenti casi, è del tutto evidente che la gestione dell’uso di sostanze -già estremamente difficile per una persona “normale” - è praticamente impossibile per un malato psichiatrico, per due motivi:

         1. Il disturbo psichiatrico altera la capacità di giudizio sulle conseguenze delle proprie azioni ed in particolare sulle conseguenze      .............dell’uso di droghe

          2. Le droghe peggiorano/provocano i disturbi psichiatrici (Nota 2).
Di qui l’opportunità di tenere fin da subito il più lontano possibile il paziente psichiatrico dalle situazioni che possano portare, potenzialmente, all’uso di
qualsiasi tipo di droga (...anche le droghe cosiddette “leggere”).

Ovviamente se il paziente psichiatrico ha già iniziato a far uso di sostanze occorre intervenire (sempre con la collaborazione dei nostri esperti) in modo molto deciso, dato che, a questo punto, ormai siamo nella grave situazione di “doppia diagnosi”.

Purtroppo, si è anche constatato che molto spesso i soggetti con doppia diagnosi di questo tipo vanno incontro a “disavventure” di tipo giudiziario: la nostra Associazione, sempre se i nostri coordinatori ne ravvisano l’opportunità, è in grado di fornire anche un supporto di tipo legale (Nota 3).


In conclusione, rimane sempre valido il concetto che “prevenire è meglio di reprimere” e quindi conviene affrontare la situazione, qualsiasi essa sia, con decisione ed al più presto possibile così da evitare che si complichi e peggiori ulteriormente.